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    Decreto del Tuto per la solenne canonizzazione dei
    Beati Giovanni card. Fisher e Tommaso More

    DCCXLIX

    Per la suprema glorificazione dei beati Giovanni Fisher e Tommaso More gloria di dio, della chiesa, della nazione inglese Il 3 marzo 1935, domenica di Quinquagesima, nella Sala del Concistoro del Palazzo apostolico vaticano, Pio XI ordinò la lettura del Decreto detto del Tuto per la solenne Canonizzazione dei Beati Giovanni cardinale Fisher, Vescovo di Rochester e Tommaso More, Gran Cancelliere di Inghilterra. All'indirizzo di S. E. Rev.ma Mons. Arturo Hinslev, Arcivescovo titolare di Sardi, Canonico vaticano, il Papa rispondeva con questo discorso.

    Tommaso Moro
    Eccoci di nuovo, dilettissimi figli, eccoci di nuovo - incominciava l'Augusto Pontefice - tra i due grandi Servi di Dio, i due grandi Martiri della fede e della fedeltà romana: Giovanni Fisher e Tommaso More. Noi già li abbiamo - or non é molto - fatti oggetto di qualche Nostra considerazione: ma adesso nuovamente il Decreto letto e la bella, alta, piena risposta che veniva data dal Nostro Venerabile Fratello nell'apostolato Mons. Hinsley, ancora una volta ci metteva sotto gli occhi queste due grandi figure. E veramente non é facile aggiungere alcunché a tutto quello che già é stato detto, e ancora a quello che allora e pocanzi é stato letto. Pur tuttavia - come già ebbero ad insegnarCi i due grandi Nostri Antecessori Leone Magno e Gregorio Magno - sono proprio queste le circostanze nelle quali la difficoltà nel dire é sorpassata dalla necessità di pur manifestare qualche cosa.
    Le nuove luci di Dio.
    Abbiamo altra volta considerato le due belle figure nei tesori massicci della loro grande, storica personalità: possiamo di nuovo, in questo momento, brevemente considerarle sotto qualche altro aspetto e precisamente: nella luce di Dio, nella vita della Chiesa, nella cornice stessa del loro Paese e della loro gente.
    Nella luce di Dio. Sono essi stessi, i due Martiri, due grandi fari di luce, elevati, per rifulgere e risplendere, proprio nelle vie di Dio, giacché - come grandiosamente é stato detto - le vie di Dio sono i secoli: iustae et verae sunt viae tuae, Rex saeculorum. Ad una considerazione superficiale, a quanti é parso o é potuto sembrare che Dio avesse quasi dimenticato questi Suoi due grandi Servi, questi che furono testimoni Suoi con il loro proprio sangue: la testimonianza più grandiosa, il gesto più fastoso che sia concesso alla povera natura umana di compiere! Tanto tempo infatti é passato dalla loro morte, dalla loro scomparsa, come direbbe il mondo, il quale anzi arriva a dir peggio quando tale morte definisce sterminio....
    Ed ecco invece i due grandi ritornare dapprima proprio alla testa di tutta una schiera di Martiri, e poi staccarsi da essi con gesto sovrano, con gesto da veri duci, e presentarsi così, soli, tutti soli nella moltitudine magnifica dei loro meriti; presentarsi per raccogliere le supreme palme, i supremi onori, anche in rappresentanza delle schiere che essi hanno capitanate.
    Sempre graziosa veramente questa Provvidenza Divina, la Quale, anche quando sembra lasciar cadere le tenebre, prepara invece gli splendori della luce. Ed é grande motivo di fiducia per noi il fatto che questa ripresa di luce e di splendori avvenga proprio ora, quando il mondo intero ha tanto bisogno di ricordare che le grandi come le piccole cose ubbidiscono ad una mano che non é degli uomini; che sono invece nelle mani di Dio, di Dio Che cammina nei secoli ed al Quale i secoli ubbidiscono. É infatti, di certo, motivo di profondo cordoglio vedere come le umane cose e le divine principalmente, sono ridotte, in più di un Paese di questo misero mondo; in Paesi a noi vicini e lontani. Vi sono dei Paesi che rappresentano veramente se non proprio la distruzione, il conato di distruzione, spesse volte manifestamente satanico, contro Dio e contro l'opera di Dio, in omne quod ducit ad Deum.
    Dilettissimi figli, questi santi Martiri ora vengono a dirci invece che le vie di Dio non sono le nostre, non sono le vie che portano alle tenebre, ma sempre quelle che conducono alla luce, alla più grande luce. Grande conforto, questo; un conforto che non solo non deve attenuare, ma deve accentuare, invece, sempre più, il nostro fervore di preghiera a quel Dio al Quale gli avvenimenti ubbidiscono, a quel Dio Che ha, solo, la parola a cui i flutti e le tempeste sono soggette e rendono onore, così che ritorni la tranquillità e la pace. E ciò non solo per quei supremi interessi - che devono essere sempre nelle nostre preghiere, gli interessi cioè che riguardano l'onore, la gloria di Dio e la salute delle anime - ma anche per tutte le angustie e le tribolazioni e pene, da cui é afflitto il mondo contemporaneo. Dal martirio ai martirii.
    Nella vita della Chiesa. Le due grandi figure che vengono ora elevate per essere oggetto della nostra ammirazione, devono anche formare oggetto della nostra imitazione; e, per quanto si tratti di due eccelse personalità, tale imitazione non é ardua cosa, ma possibile. Ecco infatti ricorrere al nostro spirito il pensiero di Sant'Agostino: II martirio - egli dice - la suprema prova di fedeltà a Dio deve essere stimolo, per quelli che lo onorano, ed altrettanti martirii: Exempla Martymm exortationes sunt martyriorum. E, si noti bene, il Santo Dottore non dice esortazione, incitamento al martirio, alla classica prova cioè del sangue, ma ai martirii, quasi che ci siano parecchi, diversi martirii. Sono molte infatti le possibilità di imitazione dei Martiri, anche senza sangue, anche senza il martirio della morte. V'é il martirio che consiste in quelle angustie che ciascuno di noi prova in se stesso per seguire le vie di Dio e nell'adempimento del proprio dovere; v'é il martirio che consiste nelle difficoltà del dovere esattamente, pienamente, fedelmente compiuto; v'é il martirio che ricorre nella fedeltà continua, perseverante anche in quelle piccole prestazioni di diligenza, di fedeltà e di servizio divino, in quel dovere quotidiano che diventano spesso una croce. Si direbbe che proprio a questo si riferisca il pensiero del Divino Maestro quando dice che chi vuole andare dietro di Lui deve prendere la sua croce quotidiana, quotidie, e seguirLo. Perché davvero la vita quotidiana spesso diventa croce, poiché c'é in essa l'implacabile ritorno che chiede e domanda di continuo, egualmente, l'esercizio di sempre nuove energie ed abnegazioni. Ed abbiamo ancora il martirio della vita cristiana vissuta anche talvolta in ambienti non solo impropizi, ma avversi; vissuta nonostante le seduzioni e le fascinazioni del mondo, del secolo perverso che ha perduto e va sempre più perdendo ogni senso del bene ed ogni gusto di quello che é puro e immacolato; il martirio della vita cristiana vissuta nonostante tutte le angustie e le durezze dell'ora presente: quelle durezze che ci richiamano alla mente la preghiera del Salmista: Ut non extendant histi ad iniqnitatem manus suas, benefac, Domine, bonis et rectis corde. Tante situazioni di vita, altrettanti martirii.


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