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    Tommaso Moro

    Eroi del clero e del laicato.
    Tutto questo ci dicono; questa la grande lezione che ci danno i due grandi Martiri della fede e della fedeltà romana. Ma c'é poi un'altra lezione ancora. Ecco due uomini, anzi due legioni di uomini - potrebbe dirsi - giacché essi raccolgono nelle loro persone delle vere universalità di uomini e di vita. Da una parte Giovanni Fisher, che dallo stato laicale entra nello stato ecclesiastico, e dalle più umili cure e fedeltà sale ai doveri più alti che mano mano si succedono, portato dalla Divina Provvidenza fino a divenire Cardinale della Santa Romana Chiesa: Vescovo con la pienezza del sacerdozio, la pienezza del governo delle anime e la partecipazione al governo apostolico, egli raggiunge la sommità della gerarchia di giurisdizione, della gerarchia di onore. Dall'altra parte ecco Tommaso More: da onesti ma non tanto splendidi principii, semplice laico ma non semplice cristiano - se non di quella semplicità che é principio e compagnia di ogni virtù - egli sale al martirio e alla santità. Cristiano anche nel secolo, cristiano modello nella vita giovanile, nella vita maritale; modello come padre di famiglia, e come grande giurista e avvocato cercato nelle cause più difficili, é modello ancora delle più alte cariche, nel Consiglio di Stato e finalmente quale grande Cancelliere, il primo degli Inglesi dopo il Re, al tempo suo, e in tutti questi stati sempre egli ebbe compagno e adeguato ai vari gradi, lo studio della virtù e l'esercizio della perfezione cristiana. Grande lezione: essa avverte che la santità é il diritto e il dovere di tutte le condizioni, di tutti gli stati della vita, dai più umili ai più alti. Ecco un'altra volta ricordato - salvo qualche caso raro nella storia che ha anche essa i suoi misteri - come nulla si improvvisa nell'ascensione cristiana, ma tutto é frutto e merito di paziente e perseverante lavoro, potendosi, soltanto in tal modo, arrivare alle grandi altezze e anche al martirio. Aveva ragione il grande scrittore cattolico quando ricordava l'esempio del santo Vescovo e martire spagnolo Fruttuoso di Tarragona, al quale quegli stessi che lo conducevano al martirio, impietositi delle sue sofferenze, offrivano un calice di acqua da bere, ed egli, pur ringraziando rifiutava perché, essendo giorno di digiuno e non ancora al tramonto, non poteva nulla prendere. Chi non vede, osserva bene il grande scrittore, chi non sente che in questa fedeltà m cosa che può sembrare piccola e lieve, v'era la preparazione grandiosa a quel martirio che il Santo stava per consumare?
    La duplice fedeltà.
    Vogliamo, infine, dilettissimi figli, considerare, come abbiamo detto, questi due grandi Martiri nella cornice del loro Paese, della loro gente. Grande cornice é, anzitutto, quella della Chiesa maestra e madre dei Santi; ma pur é interessante, specialmente nel momento che corre, quest'altra considerazione. Certo, tornando a quei disegni e al cammino della Provvidenza Divina, non può non essere attratta la nostra considerazione dal fatto del ritorno dei due grandi Martiri proprio in questo momento, in cui l'Impero britannico copra, si può dire, quasi tutto il mondo, tanta parte del mondo. Si direbbe che la Divina Provvidenza preparasse ai Suoi grandi servitori e atleti un teatro immenso, grandioso per la loro glorificazione, specie se pensiamo che in tutte le parti di questo vastissimo impero vi sono cattolici. É quello che Sua Maestà il Sovrano inglese Ci diceva, quando Noi lo ringraziavamo delle sue abituali benevole disposizioni verso i tigli Nostri, che sappiamo di avere in tutte le parti del mondo britannico. Egli Ci diceva che i cattolici ivi sono moltissimi, che ammontano a molti milioni, e sono tra i suoi più fedeli sudditi.
    É consolante il pensiero di quella che sarà la gioia di tante anime per la glorificazione dei due Martiri; é consolante pensare che la loro efficienza nelle vie della edificazione e dalla santificazione sarà, per felice necessità, così vasta nel mondo. É poi risaputo che tutto questo mondo britannico - ed é rilievo che pur Ci sembra di non dover trascurare - si prepara alle grandi celebrazioni per il quarto di secolo di regno dell'amato Sovrano. Graziosa combinazione anch'essa, questo quarto di secolo che viene a coincidere con il IV Centenario della morte e del martirio dei due grandi Confessori di Cristo ? Chi ha pensato a questa contingenza, allorché si iniziavano le ricerche e gli studi per questa Causa di Canonizzazione ? Certo nessuno, e Noi meno ancora degli altri.
    Visione di fiorente rinascita.
    É evidente poi un particolare: a queste celebrazioni prenderà una parte più viva e più intensa, tra tutti i popoli che compongono l'Impero propriamente detto, la Gran Bretagna. Ed allora, direttissimi figli, ecco veramente un'altra, singolare, graziosa preparazione della Provvidenza: che anche i due Martiri vengono invitati anzi autoinvitati a prendere parte a queste solennità: a ricordare all'Inghilterra e a tutto il mondo britannico la Fede antica, confessata in modo così insigne e così glorioso: una Fede che raccoglie la testimonianza del sangue che essi, dovunque vadano, conducono seco e rappresentano; vengono a dirci, a confermare quelle alte e sublimi parole, con cui, sul patibolo stesso, ringraziarono quelli che furono strumento per loro di grandezze celesti. Arrivati agli splendori di questa corona celeste, essi si degnano di venire ad onorare quella corona terrena che sempre onorarono: e a dire che non potevano, non possono e non potranno mai esservi sudditi più fedeli di quelli che preferiscono morire piuttosto che offendere la coscienza, la purezza della propria fede, la purezza della propria anima.
    Dilettissimi figli, non resta che dare a tutti le benedizioni invocate, e in modo speciale a tutta quanta l'Inghilterra, a tutto il mondo britannico che i due Martiri invita a tanta gioia e a tanto onore di celebrazioni. E non senza profonda commozione vi diamo questa benedizione chiudendola nel nome, e diciamo pure, per la prima volta, per l'intercessione di tali interpreti, di tali Santi, e Martiri, nelle direzioni invocate, con la memoria e l'attuale attenzione dell'anima a quella terra che fu chiamata così bene la «dote di Maria» e «il patrimonio di San Pietro». Vi diamo questa benedizione nel nome dei due Martiri, per la intercessione di quel sangue, sangue di Martiri, che é stato sempre seme di cristiani, seme di fede sempre più rinascente, quel sangue di Martiri, nel quale una voce quasi profetica vedeva l'annuncio di una «primavera novella ». Che questa primavera dischiuda tutte le sue fragranze, e tutte le sue fioriture, affinché da esse maturino i frutti della Redenzione.
    Testo originale italiano in L'Osservatore Romano, 4-5 marzo 1935, n. 54, p. 1, col. 3-6.

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