Allocuzione
concistoriale «PERGATRUS NOBIS» per il voto in merito alla Canonizzazione
dei Beati Giovanni card. Fisher e Tommaso More
DCCLVIII
Allocuzione
concistoriale «pergratus nobis»direttive di paceII 1° aprile 1935,
Pio XI, nel Palazzo apostolico vaticano, ha tenuto il Concistoro
Segreto per il voto degli Em.mi signori Cardinali in merito alla
Canonizzazione dei Beati Giovanni Card. Fisher, Vescovo di Rochester
e Tommaso More, Gran Cancelliere di Inghilterra; per la nomina
dell'Em.mo signor Card. Eugenio Pacelli a Camerlengo di Santa
Romana Chiesa; per la Preconizzazione di Arcivescovi e Vescovi,
per l'annunzio degli Arcivescovi e Vescovi nominati dopo l'ultimo
Concistoro del 5 marzo 1934: per la ratifica dell'Arcivescovo
Maronita di Tiro; per la Postulazione dei Sacri Pallii. Ecco la
versione dell'Allocuzione concistoriale, pronunciata dal Supremo
Pastore.
Venerabili Fratelli,
Sempre gratissima ci riesce la vostra numerosa presenza in questo
gratissimo luogo, dove vi accompagna l'interessamento e l'aspettazione
del mondo intero. Questa volta però accrescono l'interesse e l'attesa
del vostro convegno circostanze di cosi grande importanza, che
la pochezza della Nostra Persona non può impedire che esse abbiano
una degna segnalazione nella storia della Chiesa e del mondo,
per motivi invero molto diversi, come molto diverse fra loro sono
le circostanze medesime.
Ciò che primo si presenta al Nostro animo e che costituisce oggetto
di aspettazione a Noi come a tutta la Cristianità, è il principale
motivo, che Ci ha determinati a convocarvi in Nostra presenza:
è cioè per chiedere a voi, secondo la consuetudine e l'uso della
Santa Sede, il vostro voto intorno ai Beati Martiri: il Cardinale
Giovanni Fisher, Vescovo di Rochester, e Tommaso More, Gran Cancelliere
d'Inghilterra, che saranno onorati con la palma della santità.
Nutriamo fiducia che ciò sarà di fausto e felice presagio, non
solo al dilettissimo popolo inglese, ma anche a tutta la Chiesa
Cattolica. Mentre infatti uno di essi è nobilissimo ornamento
e decoro del clero, l'altro è tale per il laicato.
Per la qual cosa se vengono posti nella loro degna luce le loro
mirabili virtù e il martirio da essi virilmente sostenuto per
le sante leggi di Dio e della Chiesa, e particolarmente per la
difesa del Primato del Romano Pontefice, il clero e il laicato
hanno ciascuno un modello da ammirare e da imitare. Ma speriamo
che questa solenne circostanza porterà speciali frutti a coloro
che hanno comuni coi beati Martiri la patria, la lingua e la gloria.
Sappiamo infatti che specialmente gli Inglesi hanno insistentemente
chiesto e ardentemente aspettato questo accrescimento di gloria
ai loro concittadini; sappiamo che essi, in modo particolare ai
giorni nostri, sentono più accesa la nostalgia della fede dei
padri e del ritorno alla Sede Apostolica, che per prima portò
la fede e il culto cristiano nell'Inghilterra; e che mentre le
sette acattoliche si disgregano sempre più, rimane come unica
base e colonna di verità; sappiamo finalmente - e lo ricordiamo
con grato piacere - che essi hanno manifestato questo intimo desiderio
dell'unità dell'Ovile, nell'occasione dell'anno Giubilare della
Redenzione, quando numerosissimi dall'Inghilterra sono venuti,
ora in privato, ora a schiere, in questa alma Città. Noi perciò
facciamo voti e preghiere che questi Beati ottengano da Dio lume
e grazia alla mente e alla volontà dei loro concittadini, affinché
la solenne Canonizzazione che prossimamente si svolgerà nello
splendore della Basilica Vaticana, sia a moltissimi di stimolo
a studiare più profondamente la dottrina della Chiesa e a volgersi,
pieni di ammirazione, verso questa Madre, attrice di Santità.
Ma vi è, o Venerabili Fratelli, anche un'altra circostanza che
non possiamo passare sotto silenzio: i Beati Martiri sono innalzati
agli onori degli Altari nel compiersi del quarto secolo della
loro gloriosa morte, e proprio mentre in maniera cosi felice sta
per chiudersi il Giubileo straordinario esteso al mondo intero;
in modo che essi sembrano porre degna corona a quello stuolo di
Santi che di recente abbiamo proposto all'imitazione della Chiesa
militante. E poiché la gloria del Cielo lungi dal diminuire accresce
piuttosto la carità di patria, non v'è alcun dubbio che essi impetrino
un rifiorimento di prosperità alla loro nazione, adesso specialmente
quando in tutte le regioni del vastissimo Impero Britannico con
somma letizia e fausti auguri si celebra il 25° anniversario dacché
il Supremo Reggitore dell'Impero medesimo assunse il diadema di
Re e di Imperatore.
Ma se le cose a cui fino adesso abbiamo sia pur brevemente accennato,
riempiono di gaudio, perché illuminano avvenimenti che ricreano,
nobilitano e stimolano a egregi fatti le menti degli uomini, quando
però rivolgiamo il nostro sguardo a quella spaventosa crisi -
economica, politica, e specialmente morale - da cui è travagliata
l'umanità, quando consideriamo le conseguenze ancor più funeste
che si temono per l'avvenire, vi è davvero ragione di addolorare
profondamente.
Ed invero, mentre non ancora fu dato di riparare i danni dell'ultima
guerra europea, ecco di nuovo offuscarsi l'orizzonte di tetra
nube, solcata da sinistri bagliori; cosa questa che tiene gli
animi sospesi e trepidanti; di modo che si richiamano alla Nostra
mente le parole di Gesù Cristo: «Sentirete rumori di guerra e
di sedizioni... vi saranno... pestilenze e carestie e cose spaventevoli
nel Cielo, e prodigi grandi. Si costerneranno gli uomini per la
paura e per l'aspettazione di quanto sarà per accadere a tutto
l'universo»(1) . Non ci meravigliamo perciò se i popoli in tanta
costernazione o in tanta pressura gemium, da ogni parte rivolgono
gli occhi al Padre comune per chiedere luce, sollievo e speranza.
Poiché desideriamo rispondere, per quanto possiamo, a tale filiale
aspettazione, vogliamo aprire loro il Nostro animo paterno, il
quale sebbene trepidante, si appoggia tuttavia con salda fiducia
nell'aiuto di Dio misericordioso. Se infatti in ogni tempo gli
uomini hanno bisogno della virtù cristiana della speranza, é specialmente
necessario che ad essa ricorrano con maggior intensità in questi
tempi calamitosi; ritenendo per certo che essi stessi e le loro
cose sono governate dal cenno di Dio. Si riposi adunque l'ansia
degli animi in questa virtù e si trasformi in ardente preghiera
al Padre delle infinite misericordie, perché finalmente sorgano
al genere umano tempi migliori. Come gli Apostoli, agitati e quasi
sommersi dalle onde furiose, si rivolsero supplichevoli a Cristo,
così anche noi, affinché si faccia finalmente una tranquillità
grande, ripetiamo la loro preghiera: «Signore, salvaci che periamo».
Ma poiché un rumore di guerra universalmente diffuso é a tutti
causa di agitazione e desta in tutti grandissimo timore, stimiamo
opportuno farne parola, come l'officio Apostolico, a Noi affidato,
sembra richiedere. Che i popoli di nuovo abbiano a prendere le
armi l'uno contro l'altro, che di nuovo si abbia a versare il
sangue dei fratelli, che per terra, per mare, e per cielo si abbia
a spargere distruzione e rovina; tutto questo sarebbe un delitto
così enorme, una manifestazione di furore così folle, che lo riteniamo
assolutamente impossibile, secondo quel detto giuridico: Quae
contra. ius fiunt, nec fieri posse credenda sunt. Non possiamo
infatti persuaderCi che coloro ai quali deve stare a cuore la
prosperità e il benessere dei popoli, vogliano spingere all'eccidio,
alla rovina, allo sterminio non solamente la propria nazione,
ma gran parte dell'umanità.