Omelia per la canonizzazione
dei martiri Giovanni card. Fisher e Tommaso More
DCCLXVI
Omelia per la canonizzazione dei martiri giovanni
fisher e tommaso more i gloriosi campioni della fede in inghilterra
Il 9 maggio 1935, in occasione della solenne esaltazione dei gloriosi
Martiri inglesi Giovanni Fisher e Tommaso More, Pio XI teneva
questa Omelia nella Basilica vaticana.
Venerabili Fratelli e diletti Figli,
Come «Cristo è ieri, oggi e nei secoli» (1),
cosi giammai rovina e vien meno la Sua Chiesa. Un'epoca viene
soppiantata da un'altra; ma se per la fuga dei tempi gli istituti
umani invecchiano e rovinano, se le dottrine umane che brillano
di luce fluttuante si succedono, la Croce invece sta fulgida in
eterno, mentre il mondo passa, ed irradia la luce della verità
ai popoli che si succedono.
Spesso serpeggiano eresie e sotto l'apparenza di verità si infiltrano
e prendono piede; ma l'inconsutile veste di Gesù Cristo non è
scissa.
I denigratori ed oppugnatori della fede cattolica, gonfi e agitati
da pervicace superbia, rinnovano la lotte contro il nome cristiano;
ma i figli che rapiscono alla Chiesa, li trasmettono imporporati
di sangue al cielo.
Infatti «da nessun genere di crudeltà può essere distrutta la
religione fondata nel mistero della Croce di Cristo. La Chiesa
non viene diminuita dalle persecuzioni, ma ingrandita; e sempre
il campo del Signore è rivestito di messe più abbondante, mentre
i grani singoli che cadono, rinascono moltiplicati» (2).
Queste considerazioni piene di speranza e di conforto Ci vengono
alla mente, mentre Ci accingiamo a celebrare pur brevemente davanti
a voi nella maestà i questo tempio di San Pietro, le lodi dei
due beati Martiri, che abbiamo annoverati nel Catalogo dei Santi.
Essi infatti - egregi rappresentanti decoro della propria nazione,
- essendo sorta una fierissima persecuzione contro la Chiesa Cattolica,
furono dati al proprio popolo «come una città forte e una colonna
di ferro e una muraglia di bronzo» (3), e perciò non poterono
essere turbati né dalle fallitá degli eretici, né essere atterriti
dalle minacce dei potenti. Si devono invero ritenere come le guide
ed i maestri di quella gloriosa schiera di coloro, i quali - né
pochi, né solo di umile condizione - da tutta la Gran Bretagna
resistettero con petto impavido ai flutti degli errori e con l'effusione
del proprio sangue attestarono il loro amore verso la Sede Apostolica.
L'uno dotato di soavissimo carattere, sommamente versato nelle
discipline sacre e profane, si distinse talmente per sapienza
e virtù tra i suoi contemporanei da essere promosso Vescovo di
Rochester con la stessa approvazione del Re d'Inghilterra.
E nell'esercitare tale ministero fu acceso di tale fervore di
pietà e di operosa camitá verso le anime e risplendette di tanto
zelo nel difendere l'integrità della fede cattolica che la sua
casa episcopale sembrava piuttosto un tempio, una sede di arti
belle e una università, che una casa privata.
Era solito castigare il fragile corpo con digiuni, flagelli, cilizi;
e niente gli era più familiare che visitare i poveri, alleviare
le loro miserie, sollevare la loro povertà e se trovava dei peccatori
turbati e atterriti per le loro colpe nefande, confortava i loro
animi sfiduciati e li innalzava alla fiducia nella divina misericordia.
Spesso, mentre celebrava il Santo Sacrificio effondeva abbondanti
lacrime dagli occhi scintillanti, indizio e testimonianza della
sua bruciante carità: e mentre attendeva all'ufficio delle predicazioni
appariva a tutti gli astanti non già un nunzio e predicatore umano,
ma come un Angelo di Dio in veste mortale. E se era di cuore mite
e benigno verso ogni genere di miserie, quando si trattava della
incolumità della fede e della genuina integrità dei costumi, come
un altro Precursore del Signore, del cui nome si gloriava, non
ebbe mai timore di annunziare pubblicamente la verità e di difendere
con tutte le forze i divini precetti.
Conoscete certamente, o Venerabili Fratelli e diletti Figli, per
quale motivo Egli sia stato chiamato e condotto al supremo pericolo
della sua vita: ossia perché non desistette di illustrare, provare
e difendere coraggiosamente la santità del casto connubio, che
si addice a tutti i cattolici, anche insigniti della corona regale
e il primato gerarchico che i Romani Pontefici posseggono per
diritto divino. Per questo, fu gettato in carcere e quindi fu
condotto al patibolo. E mentre si dirigeva verso di esso con fronte
serena, recitando l'Inno ambrosiano rendeva somme grazie a Dio
che gli concedeva di coronare con la gloria dei Martiri il corso
di questa vita terrena, e raccomandava a Dio con ferventissima
preghiera se stesso, il popolo e il Re: dal che appare evidente
che l'amor di patria non é diminuito dalla religione cattolica,
ma piuttosto massimamente accresciuto.